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Quando si clicca per una snapshot in Second Life, pochi attimi dopo l’avatar, tramite il quale si è agito, porta le mani al volto con un gesto meccanico molto simile ad un tic.

Sembra dire che cosa mi hai fatto fare, oppure schermirsi.

Il più delle volte , se si è con altri avatar, è anche imbarazzante. Si da l’impressione di essere distratti o di pensare al altro. Non è gentile.

Io mi sono fatta cogliere sul fatto perciò la snapshot qui sopra è la conseguenza di un’altra istantanea scattata un decimo di secondo prima. Una immagine completamente diversa, sia per i suoi colori che per la mia posizione. Eccola:

non fate caso all’inquadratura, fa parte di manipolazioni successive.

Sono un’ ombra colorata nel paese dove non esistono ombre, grazie al fatto di essere entrata in una installazione dove i colori dell’iride si mescolano, si succedono con movimenti virtuali. L’abilità sta nell’entrarci dentro e saper cogliere il momento più suggestivo. Realizzo il mio secondo tuffo cromatico ancora più simile al viaggio in inverno nello Harz di Goethe .

Marisa mi ha raccontato di aver visto lo stesso fenomeno al calar del sole, in Val d’Ega, osservando dall’automobile in corsa una lucente pineta coperta di neve pietrificata, dove nello spazio di pochi minuti i colori dell’arcobaleno, con una prevalenza di verdi e blu, si rincorrevano tra gli alberi in un gioco prismatico.

Mi appello all’artista che ha realizzato questa installazione a farsi riconoscere, vorrei ringraziarlo per questa emozione.

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bottone.jpg

bottone verde

Mi sento una fotografa ed è molto divertente.

Entro negli anfratti del paesaggio, attraverso pareti, mi nascondo negli oggetti più impensati, mi coloro nelle trasparenze degli arcobaleni, suono l’arpa, il pianoforte, l’organo, e persino la batteria, gioco con l’altalena, con la neve, con i pattini, mi sdraio tra le nuvole e il fattore tempo-spazio scompare.

L’uso del Teleport alla Star Trek qui è possibile, passo da una land all’altra in un batter d’occhio, vengo risucchiata e trasportata dove desidero, l’unica cosa da temere è l’interruzione del pc o della linea infostrada. C’è in ogni storia un mostro da combattere, qui è la tecnologia che si morde la coda.

Alcune di queste immagini astratte possono diventare sfondi sui quali adagiare i versi dei poeti e io potrò continuare così anche su SL la mia ricerca su “il testo poetico come immagine”.
Vorrei fare qui una piccola riflessione.

Nelle ricerche artistiche l’uso degli strumenti è fondamentale.
Ricordo che Bruno Munari continuava a ripetere che si impara facendo, cioè attraverso l’uso di una tecnica può nascere qualcosa di artistico, di creativo. Io un po’ mi risentivo perché partivo dall’idea che a seconda di quello che volevo esprimere e raccontare sceglievo la tecnica più giusta e più coerente al mio pensiero. Due partenze un po’ diverse, anche se complementari.

Ho scoperto che la verità sta nel centro di questi due ragionamenti.

E’ pur vero che io ho usato le tecniche più antiche per tradurre in immagine versi di poeti del passato e tecniche più moderne per i miei amici poeti di Password, cioè sono passata dall’uso dei trasferibili, del pennino, del pennello, della macchina da scrivere fino ad arrivare all’utilizzo del personal computer, alla creazione di immagini con il programma photo-shop, alle immagini create con snapshot (istantanee) in second life.
Tutto questo seguendo la logica dei tempi e le nuove invenzioni.
Nulla mi vieterebbe però di usare questa ultima tecnica anche per i poeti più remoti e tutto allora cambierebbe.
C’è di che pensare.

bottone di velluto

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