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Archive for the ‘Libro’ Category

Cliccando sull’ immagine apparirà il libro “Landscapes”

Una volta ricevute le immagini, Velazquez Bonetto ha preparato un allestimento nella sua galleria Camera Obscura in Second Life nella land di Jourdain Artspace. E’ stato entusiasmante seguire le sue manovre da “stregone”.

Il braccio teso, lo sguardo concentrato,  manovratore perfetto di forme e colori questo è Velazquez all’opera

Il lavoro sta per terminare,è l’ una di notte, non immaginavo che il tempo volasse via così velocemente.

L’allestimento è terminato. Nella Camera Obscura, dalle belle forme triangolari, i quadri dei miei paesaggi ripetono i ritmi della struttura e il visitatore entra in un tunnel simile ad un caleidoscopio fatto di immagini e colori che si alternano sorprendendolo ad ogni passaggio. Velazquez ha perfettamente interpretato il mio pensiero usando la sua  tavolozza di colori.

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una conferenza in second life

Che farebbe oggi Fernando Pessoa con tutti i suoi eteronomi?

Avrebbe creato per ognuno di loro, Alberto Caeiro, Riccardo Reis, Alvaro de Campos, Bernardo Soares e tutti gli altri, un avatar, raddoppiando la loro personalità?

L’inquietudine sarebbe aumentata o si sarebbe distesa nel gioco delle parti, nell’assenza del tempo?

Scriveva il 19.6.1934

“Quando viviamo costantemente nell’astrattezza – sia essa astrattezza del pensiero o quella della sensazione immaginata – finisce che, addirittura contro il nostro stesso sentimento e la nostra volontà, le cose della vita reale che in accordo con noi stessi più dovremmo sentire, diventino per noi dei fantasmi.” Bernardo Soares

Anche noi ci chiediamo più umilmente, date le nostre dimensioni, quale futuro ci attende? Quali fantasmi ci tormenteranno per non voler affrontare una realtà che non ci piace? Vivere in un felice limbo ci appaga?

Marisa e Sarima si pronuncieranno dopo una lunga pausa di riflessione.

Per il momento giochiamo.

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in questo momento sto suonando canzoni napoletane del passato, bellissime!

Per molti anni ho cercato di capire dove le mie passioni mi avrebbero portata. Amavo la musica, sognavo il pattinaggio artistico, ho preso lezioni di canto, di danza, di pianoforte, dipingevo piccoli paesaggi con i colori ad olio, scrivevo poesie. Giravo attorno al campo artistico a 360° ma non riuscivo a fermarmi e scegliere definitivamente la mia strada. Poi, verso i trent’anni finalmente la scelta: tradurre in immagine ciò che penso , che leggo e sento, usando tecniche diverse e a volte inventate lì per lì. Una bella sfida!

Sarima Giha in soli tre mesi ha accumulato esperienze velocemente, viaggiando oltre il tempo e lo spazio, non è che si sarà magari approfittata anche della mia di esperienza? La trovo un po’ egoista e la invidio. Si può invidiare il proprio avatar?

Quando studiavo pianoforte, nel passaggio dalla teoria alla pratica, mi sono accorta che non sarei mai riuscita a suonare, mi mancava quel tipo di coordinamento che è la dote principale del musicista, orecchio, manualità e predisposizione.

Sarima questo lo sa: sa che nel mio profondo rimpiango di non potermi esprimere con la musica ed è per questo che in ogni land dove ci sia un pianoforte, un’arpa, una batteria, un organo lei deve mettersi a suonare, e magia…una musica bellissima, perfetta, esce dagli altoparlanti accanto a Marisa che muove i tasti del suo computer e la guarda estasiata.

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Nella mia infanzia ho avuto un grosso privilegio che senz’altro avrà influenzato il mio modo di pensare: ho potuto giocare tutti i giorni in un grande cortile con una banda di ragazzini di tutte le età. Allora non avevamo tanti giocattoli ad eccezione della palla e della corda per saltare. Gli altri giochi, dalla campana, a bandiera, ai diversi girotondi con canti tipo “la bella lavanderina” o “Sant’Antoni del purscel” attorno ad un falò la sera della festa del patrono, scaturivano da tradizioni paesane e noi ci divertivamo spensieratamente. In più ci scatenavamo con la fantasia, giocando ai corsari, creando scivoli con l’acqua che facevamo ghiacciare nelle notti più fredde dell’inverno.

Sarima Giha in Second Life ha ritrovato quella atmosfera giocosa.

Attorno alle altalene, ai giochi sulla neve, ai salti sulle nuvole, ai tuffi negli arcobaleni è vero non c’è nessun ragazzino, nessun adulto che mi fa compagnia, solo i ricordi lontani nel tempo. Anche questo rinfranca. Tuttavia, nello stesso tempo, ricordo una filastrocca che si cantava nel giardino del collegio Paola di Rosa a Desio “La solitudine si deve fuggir, si deve fuggir, sol tra i compagni si deve gioir….”

Siamo tutti un’unica contraddizione.

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fonte di benessere

passeggio sott’acqua

Durante tutta la mia vita, sia per questioni di salute, sia per motivi di educazione ambientale, sono stata sempre frenata dal fare alcune cose che comportavano un minimo di rischio. Attenta a non bagnarti, copriti, non toccare gli animali sono sporchi, non uscire c’è vento, c’è pioggia, non entrare non sai dove ti porta, attenta a non cadere. Soffrivo di iper protezione.

Sarima Giha invece è coraggiosa.

Per prima cosa cammino a piedi scalzi, indosso un abito che mi piace e non porto la maglia di lana.

Entro nell’acqua così come sono vestita, senza preoccuparmi se è troppo fredda o troppo calda, se ci sono pericoli e sono sola, cavalco delfini, gioco con i pesci e cammino lungo anfratti bui e scoscesi, qualche volta mi perdo o mi incastro tra le sabbie, allora scelgo una land e con teleport mi libero in quattro e quattro otto da tutte le difficoltà. E’ una piccola rivalsa da tutti i tabù subiti da bambina che mi accompagnano purtroppo ancora oggi.

viaggiare con un delfino nel mare di Sardinia

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orizzonte sperduto

Dall’orizzonte si capisce di essere su un altro pianeta.

Ho forse scoperto “Flatlandia” il mondo bidimensionale di Edwin Abbot Abbot e dov’è Spacelandia, il mondo a tre dimensioni, è forse tutto un’illusione ottica?

Per il momento vedo tutto squadrato e tagliato a fette. Qui in Second Life se entri tra le fronde di un albero ti accorgi che sono fogli di fronde abilmente incrociati, che da lontano ti danno l’immagine della rotondità di un albero reale.

L’acqua nelle sue varianti di colore sono fette assemblate in modo quasi magico per darti l’impressione di essere acque in movimento, solo se entri nel mare e nei fiumi l’acqua è una massa colorata e non percepisci se sei dentro a dei cubi o se sei nell’affettato.

Il tutto fa parte di una gradevole grafica di cui però non ho ancora compreso le regole.

Quasi, quasi mi viene voglia di non approfondirlo e di rimanere in questa sospensione fatale: ho bisogno di sognare e di dimenticare la parte più razionale del mio pensare.

fogli di fronde

fette d’acqua

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bottone.jpg

bottone verde

Mi sento una fotografa ed è molto divertente.

Entro negli anfratti del paesaggio, attraverso pareti, mi nascondo negli oggetti più impensati, mi coloro nelle trasparenze degli arcobaleni, suono l’arpa, il pianoforte, l’organo, e persino la batteria, gioco con l’altalena, con la neve, con i pattini, mi sdraio tra le nuvole e il fattore tempo-spazio scompare.

L’uso del Teleport alla Star Trek qui è possibile, passo da una land all’altra in un batter d’occhio, vengo risucchiata e trasportata dove desidero, l’unica cosa da temere è l’interruzione del pc o della linea infostrada. C’è in ogni storia un mostro da combattere, qui è la tecnologia che si morde la coda.

Alcune di queste immagini astratte possono diventare sfondi sui quali adagiare i versi dei poeti e io potrò continuare così anche su SL la mia ricerca su “il testo poetico come immagine”.
Vorrei fare qui una piccola riflessione.

Nelle ricerche artistiche l’uso degli strumenti è fondamentale.
Ricordo che Bruno Munari continuava a ripetere che si impara facendo, cioè attraverso l’uso di una tecnica può nascere qualcosa di artistico, di creativo. Io un po’ mi risentivo perché partivo dall’idea che a seconda di quello che volevo esprimere e raccontare sceglievo la tecnica più giusta e più coerente al mio pensiero. Due partenze un po’ diverse, anche se complementari.

Ho scoperto che la verità sta nel centro di questi due ragionamenti.

E’ pur vero che io ho usato le tecniche più antiche per tradurre in immagine versi di poeti del passato e tecniche più moderne per i miei amici poeti di Password, cioè sono passata dall’uso dei trasferibili, del pennino, del pennello, della macchina da scrivere fino ad arrivare all’utilizzo del personal computer, alla creazione di immagini con il programma photo-shop, alle immagini create con snapshot (istantanee) in second life.
Tutto questo seguendo la logica dei tempi e le nuove invenzioni.
Nulla mi vieterebbe però di usare questa ultima tecnica anche per i poeti più remoti e tutto allora cambierebbe.
C’è di che pensare.

bottone di velluto

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